Quando nel 2001 Zoolander arrivò sul grande schermo non si può certo dire che fu un successo al botteghino, e neanche che conquistò la critica, anzi. Il Premio Pulitzer Robert Ebert scrisse “ci sono stati diversi articoli che recentemente si sono interrogati sul perché gli Stati Uniti siano un Paese così odiato in alcune parti del mondo. Come reperto A da Hollywood di questa settimana, vi offro Zoolander”.

Da allora, la pellicola ne ha percorsa di strada, diventando un vero e proprio film cult e reclutando tra le sue schiere di fan anche personaggi inaspettati come Terrence Malick. Proprio il successo ottenuto a posteriori dalla pellicola, ha permesso a Ben Stiller di far sfilare ancora una volta il suo modello bello, bello in modo assurdo, trasformando il suo ritorno in un vero e proprio evento mediatico, e potendo contare questa volta sul totale appoggio del mondo della moda, con comparse di Valentino, Tommy Hilfiger, Vera Wang e Marc Jacobs.

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Un umorismo demenziale che scaturisce da una recitazione esagerata, personaggi sopra le righe e situazioni al di fuori di ogni logica, anche grammaticale: gli elementi della prima pellicola che avevano conquistato gli appassionati tornano in tutta la loro irrazionalità anche nel sequel. Se però nel primo contribuiva a far ridere l’impensabile e assurdo successo nell’universo della moda di due personaggi come Hansel (Owen Wilson) e Derek, in Zoolander 2 i tempi sono cambiati e vediamo i due modelli di fronte ad un mondo che li considera ormai demodé. Invitati, dopo anni di isolamento, a partecipare come ospiti d’onore ad uno dei più importanti eventi dell’industria del fashion, i due vengono reclutati da un agente dell’Interpol (Penelope Cruz) per sventare un misterioso complotto volto ad uccidere grandi pop star, da Justin Bieber a Madonna.

Sfoggiando una Roma da cartolina e lasciandosi accompagnare ancora una volta dalle note di Relax dei Frankie goes to Hollywood, Stiller, con la stessa velocità con la quale in una passerella si presentano gli abiti di una collezione, fa sfilare nella pellicola una lunghissima serie di cameo, alcuni ben inseriti all’interno del film e dai giusti tempi comici, altri con meno successo, presenti solo per stupire lo spettatore. In entrambi i casi, sono proprio queste numerose autoironiche apparizioni a dare un po’ di brio al film, che sembra aver perso la verve del primo. Gli amanti di un certo tipo di un umorismo folle alla ricerca di un’ora e mezza senza pensieri e i nostalgici del primo film, quelli dalla Magnum e la Blue Steel facile, apprezzeranno probabilmente il sequel, questo “guilty pleasure” che, in diversi momenti, regala scene di memorabile e divertente idiozia. È però un peccato che la qualità migliore e la forza più creativa di Zoolander 2 risieda, più che nel film,  nella potente campagna marketing che ha anticipato la sua uscita al cinema, con monumenti celebrativi, bastoni per selfie entrati nel Guiness dei Primati e parodie di pubblicità di profumi.

6.0

Un'assurda commedia dall'umorismo demenziale dov'è l'eccesso a regnare sovrano.

  • 6
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Cinefila e telefilm dipendente, ha promesso di trovare qualcosa da scrivere su di sé, ma è rallentata dalla sua tendenza alla procrastinazione. Dicono che sia figlia unica, ma ha un cane.

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